Nell’esposizione ci salutano i ritratti di Andreana Peruzzi de’ Medici e del marito Marchese Ridolfo di Alberto Magnelli e introducono ad un’atmosfera di incanto, tra la cappa di Pino Lancetti del 1977 e l’aggraziato abito da sera a forma di bocciolo capovolto color lime del 1960 di Cesare Guidi, sarto fiorentino di prim’ordine che andrebbe davvero riscoperto. Più in là la semplice ma sontuosa vestaglia-kimono di Alber Elbaz per Lanvin del 2004 con camelie nere, dono di Cecilia Matteucci Lavarini generosa collezionista e donatrice al Museo della Moda e del Costume. Troneggia su un divano settecentesco la “bambola” seduta sulla seta dell’abito a fiori di Gianfranco Ferrè, anche lui appassionato donatore per Firenze, ai tempi della direzione creativa per Dior, e quella stampa dialoga con il quadro di Sergio Scatizzi, “fiori” del 1959. «Restaurare un abito è cosa diversa dal restaurare un quadro – spiega Simona Fulceri – si entra nella conservazione e nella valorizzazione, se ne stima la salute.

E per esporlo è fondamentale il rapporto col curatore della mostra, in questo caso la dottoressa Chiarelli  “e il lavoro sulle luci”. Strepitosi alcuni pezzi degli anni Settanta, come quelli di Emilio Pucci o di Roberta di Camerino, e le esplosioni Pop Art delle bocche rosse sulle giacche di Chiara Boni quando firmava la linea You Tarzan Me Jane. “Non ci sono affinità solo cronologiche tra le sculture e i quadri e gli abiti ma principalmente d’emozione e di forme” racconta Caterina Chiarelli. Tra i pezzi indimenticabili oltre ad alcuni Capucci, Yamamoto, Schiaparelli e Valentino, l’ultima donazione al museo fiorentino e nazionale di Giorgio Armani con un abito scintillante da sera color avorio del 2011 e un tubino geometrico di Fourquèt del 1968.