Esclusiva: La moda secondo Rick Owens

Dalle passerelle alle boutique, Rick Owens è ormai diventato sinonimo di successo. E ora la Triennale di Milano gli dedica una mostra ben riuscita.

La mostra che la Triennale di Milano dedica a Rick Owens (Porterville, 1962) è decisamente bella. Anche se non l’ha fatta il Met o il MoMA, o il V&A o il Musée Galliera, questa è una mostra allestita davvero come si deve. Sì, magari il forniture, che pure Owens propone nei sui negozi almeno dal 2005, è un po’ enfatizzato, ma trattandosi della Triennale di Milano si capisce. La cosa davvero sorprendente resta comunque che un fashion designer così celebrale venda davvero in negozio. La mia amica Giorgia Tropea, titolare di un negozio multimarca bellissimo, non situato a Parigi o a Londra, ma in Sicilia, esattamente in Viale Africa a Catania, me lo assicura: “Vendo benissimo la pelle, la maglieria e gli accessori. Di Owens propongo più linee. Più care o più accessibili, ma in fondo non così differenti. Owens funziona da anni e funziona sempre”.
Se un designer oggi vende col suo nome e cognome vuol dire che è in grado di intercettare la sensibilità di una nicchia di pubblico che acquista abbigliamento sofisticato. Che cosa piace dunque del suo immaginario?

Rick-Owens.-Subhuman-Inhuman-Superhuman.-Exhibition-view-at-La-Triennale-di-Milano-2017.-Photo-credit-OWENSCORP-1-2

UN EGO SMISURATO

Owens è californiano, ha esordito sulle passerelle nel 2001 a New York, ma la sua consacrazione avviene quando poco dopo comincia a sfilare a Parigi. Gli sono stati attribuiti diversi maestri e fra tutti la triade giapponese (KawakuboYamamotoMiyake), ma la sua è una sensibilità che appartiene a una generazione diversa. Basti pensare all’uso centrale che fa della pelle, della pelliccia e del pelo in generale (Owens ha una vera fissazione per i capelli), cosa che a qualsiasi giapponese farebbe orrore. Owens combina questi materiali senza alcun riguardo con tessuti sofisticatissimi, si tratti di fibre naturali o sintetiche. Riconoscere al primo sguardo nei suoi pezzi “chi e che cosa” è praticamente impossibile. Un esempio per tutti: nei suoi voluminosi accessori il mix tra naturale e techno è diventato un tratto distintivo; in particolare nelle calzature, che si avvalgono di piattaforme high tech e tomaie variabili realizzate in nappe sottili, croste o filo continuo.
Owens è dotato (un tratto comune a moltissimi operatori di questo settore) di un ego smisurato: “Se riuscirò mai a offuscare anche solo leggermente i rigidi parametri di ciò che è considerato bello o accettabile dalla nostra generazione, sentirò di aver contribuito a un potenziale cambiamento positivo di questo mondoPer questa mostra ha selezionato oltre cento creazioni tra abiti, accessori, arredi, opere grafiche e pubblicazioni, sovrastandole con una gigantesca scultura site specific che percorre l’intera Curva della Triennale. Si tratta di una “nuvola” realizzata in cemento, sabbia, gigli… e capelli dello stesso stilista.

Rick-Owens.-Subhuman-Inhuman-Superhuman.-Exhibition-view-at-La-Triennale-di-Milano-2017.-Photo-credit-OWENSCORP-1-1

RICK OWENS COUTURIER

Secondo la curatrice dell’esposizione Eleonora Fiorani: “Il riferimento tribale” nel lavoro di Owens “è fondamentale, si ritrova nei riferimenti gotici e grunge, è lo stile di strada che entra nella sua progettazione”. A noi piace pensare però che Owens si sia spinto più in là. La sua è ormai couture, il suo modo di combinare pezzi che poi vengono esposti separatamente in negozio è decisamente, incontrovertibilmente da couturier. È un tratto del resto comune ad alcuni – tra i più bravi ‒ dei suoi colleghi. Pensare per “pezzi” tenuti insieme da un unico tema, ma assemblabili in autonomia per interpretazioni individuali che vanno dallo show-off all’assolutamente minimal. Chi acquista capi di questo livello di prezzo oggi non vuole sentirsi costretto: acquista un sentimento che poi adatta alla sua forma fisica e alla sua personalità.  Quello di Rick Owens è ormai un marchio potente ma non una griffe masticata. Owens si è conquistato un posto nell’empireo dei fashion designer contemporanei come Chitose AbeSarah Burton o Demna Gvasalia.

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