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Nulla è uguale per la seconda volta

Perché storici brand italiani riportano in passerella i loro codici originari? Perché il passato è sempre inevitabile, come il cambiamento, spiega il critico: soprattutto per i progressisti.

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Percorrendo le amene valli e colline biellesi, punteggiate di boschi rigogliosi e opifici che da oltre un secolo danno lustro all’industria tessile italiana, giunti a Valle Mosso non si può sfuggire a un enorme cartello che avverte “Il cambiamento è inevitabile”. La vista spiazza: a quale filosofo venne in mente di distribuire siffatte perle di saggezza in forma di billboard? Non lontano, dopo tutto, l’artista Daniel Buren ha installato filari di bandierine sul tetto di un capannone. Qui, però, siamo nel regno del pragmatico: lo slogan, infatti, è semplicemente il motto di un prestigioso lanificio. L’affermazione si impone in ogni caso con la chiarezza cristallina della tautologica constatazione di un dato di fatto. Invero, il cambiamento è inevitabile: è legge stessa dell’esistenza, linfa del ciclo creativo, motore delle mode, acceleratore del progresso – ma anche del regresso, a voi la scelta. Panta rei e ogni cosa si distrugge, per rinascere subito sotto altra forma e sotto altre spoglie. Non c’è appiglio se non la certezza adamantina che le certezze non esistono, se ci passate l’ingarbugliato testacoda. In questo marasma confondente che da sempre attanaglia il genere umano, un approdo cui aggrapparsi mentre tutto scorre in realtà esiste. Sta indietro, però.
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A monte, in ciò che è già stato e si è concluso. Infatti, non solo il cambiamento, ma, parafrasando, anche il passato è inevitabile. Lo è per i reazionari che si oppongono con ogni forza al nuovo, ma lo è anche, forse di più, per i progressisti. Il passato non confonde: ha un inizio e una fine, lo si può leggere con chiarezza. La distanza cronologica è una salvezza critica che permette di separare i dati di fatto dalle fake news, di collegare gli anelli della catena, anche i più eterogenei, di posare i pezzi di questo puzzle al loro posto. Il passato è rasserenante e rassicurante, perché non contempla svolte inattese e sorprese. Non è un caso che guardando a ciò che è già stato abbiano preso avvio alcuni dei momenti più alti della storia della nostra civiltà – civiltà occidentale, sia chiaro, con tutte le angustie e piccolezze concettuali del ridurre il mondo intero a un piccolo orizzonte familiare. Umanesimo e Rinascimento hanno germogliato nel pensiero classico, rischiarando l’orizzonte dell’esistere dopo i cupi millenarismi medievali. Allo stesso modo, la purezza nivea dell’arte neoclassica ha offerto un solle vante detox dopo le frenesie soffocanti di Barocco e Rococò ritornando all’equilibrio grecoromano. Parados salmente, il più progressivo di tutti i movimenti di pensiero, l’Illuminismo che è ancora dogma gentilmente incrollabile di tutti noi laici nemici di superstizioni e oscurantismi, ha glorificato il passato più passato che c’è, con il mito del buon selvaggio che altri non è se non l’uomo rimasto al suo stato di natura, come un primitivo.
Il passato è una certezza, dunque, ma questo non esclude insidie e pericoli. Può consolare, infatti, ma anche paralizzare. È stimolante quando funge da pungolo per nuove avventure, forme, pensieri. Altrimenti, se si tenta di replicarlo in ogni modo e in ogni dettaglio, diventa nostalgia. Immalinconisce. Nel nostro presente accelerato di diffuse e ineluttabili incertezze, il passato si impone sempre più come Eldorado cui aspirare, Empireo e condizione primigenia cui ambire con ogni forza. Nella moda il fenomeno è deflagrante. Le maison con una storia, anche recente, anche solo di qualche decennio, hanno preso a far i conti con le proprie origini, attivando strategie di riaffermazione identitaria attraverso la reiterazione dei momenti fondativi, o se non altro di quelli topici.
Donatella Versace, con la carica vitale e l’entusiasmo trascinante che la contraddistinguono, omaggia il fratello Gianni proponendo un reprint anastatico del best of – anni 1992-95 o giù di lì – e ci costruisce intorno non solo l’intera collezione, ma anche una potente campagna mediatica che sui social ipnotizza con la ripetizione frenetica del mantra Versace-Versacci, in inglese americano. Da Prada, dopo anni di eccentricità altoborghesi e frisson antigraziosi, si opta per il repulisti e si azzera tutto al nero industriale del nylon Pocono da cui la storia ebbe inizio negli anni Novanta del primo minimalismo. Il cuore della collezione uomo/precollezione donna presentata a gennaio è stato proprio questo. Da Valentino, invece, Pierpaolo Piccioli affronta la bestia nera, a lungo rimossa come un pensiero ingombrante troppo complesso da affrontare: il glamour gaudente, tutto smerli e volants, da socialite latino-americana o madame romana, che nell’immaginario collettivo fa Very Valentino. La citazione, anche qui, è doppia: tornano le ruches e i fiocchi, reinterpretati; tornano le pose drammatiche, l’accecante fondo bianco e il lettering oversize nella campagna pubblicitaria. L’effetto, in tutti e tre i casi, è un rush che carica di energia e di ottimismo. Perché? Semplice: si avverte il calore umano, dietro l’indubbio calcolo commerciale. Nella moda la macchina del desiderio si è inceppata. I momenti topici del passato, seppur repetita per chi li ha già vissuti, hanno invece conservato una magia che parla, soprattutto a chi all’epoca non c’era. Sono come il vintage, senza lo stigma di vecchio del vintage. Raccontano di moda fatta spontaneamente, con il cuore, non con il marketing manager e il merchandiser nella stanza dei bottoni. Parlano di maison con una identità solida, chiara a tutti. Sono la moda che ha fatto e fa sognare, e che appare per una volta lì, a portata di mano, disponibile all’uso. Con un ma, o forse due. Per Picasso, replicarsi è l’inizio della fine per un artista. Se anche così non fosse, nulla è uguale la seconda volta. Non lo sono i corpi, non lo sono gli atteggiamenti, non lo sono i contesti, perché il cambiamento davvero è inevitabile, anche se ci si appiglia al passato sperando che nulla sia cambiato. Rewind e replay non funzionano in questo caso. Il ricordo è più stimolante della replica.

marzo 2018, n.811, pag. 394

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