Atlas, la discesa dalla Torre Prada tra surrealismo ed esperimenti contemporanei.

Il 20 Aprile ha aperto la Torre Atlas della Fondazione Prada, un contenitore di 60 metri d’altezza per una superficie complessiva di 2.000 metri quadrati di degustazione d’arte contemporanea, panorami urbani mozzafiato e food d’eccezione creata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio OMA. La sua caratteristica è quella di avere una geometria particolare con zone sviluppate su base trapezoidale e aree su base rettangolare, che offre punti di vista sempre diversi, livelli differenti all’interno e , all’esterno, una visione geometrica che muta tra specchio e cemento. All’interno grandi spazi con vetrate luminose riescono a creare giochi di luce e aria suggestivi che esaltano le installazioni e le opere, ma anche il contesto urbano in cui sono inserite. Anche il tetto cambia di piano in piano, diventando sempre più alto man mano che si sale fino alla terrazza dotata di roftop bar di 160 metri quadrati.

Consigliati dalla guida abbiamo deciso di prendere il suggestivo ascensore per arrivare all’ultimo piano e fare la torre in discesa per ammirare il progetto Atlas, frutto del dialogo tra tra Miuccia Prada e lo storico d’arte e curatore italiano German Celant, che contiene le opere della collezione Prada realizzate tra il 1960 e il 2016. L’ingresso in ascensore ci ha fatto subito capire che stavamo entrando in un mood del tutto unico e particolare: con le pareti di marmo rosa all’ingresso si estende poi verso l’esterno del palazzo con vetrate: sembra, quindi, di non entrare in un luogo chiuso e, salendo, ci lascia scoprire tutto il panorama del distretto di via Ripamonti e gli edifici nuovi e antichi dell’ex distilleria degli anni ‘10 del Novecento su cui sorge adesso la Fondazione.

 

Arrivati all’ 8° piano, visto che la terrazza era chiusa, abbiamo potuto subito ammirare le opere di Damien Hirst: la grande installazione di Waiting for Inspiration – delle teche in cui è stato ricostruito un habitat per le mosche nutrite con zollette di zucchero che, poi, andavano a morire tutte attirate da una lampada cattura mosche per finire su una tela pitturata a olio e vasellina e un grande pannello “nero mosca” creato con tutte le mosche morte – e  A Way of Seeing dove, sempre in una teca, un robot che si muoveva, indossava una tuta da scienziato ed era intento ad analizzare vetrini con sangue umano.

Posso dire che, nonostante il grande impatto iniziale, l’opera con le mosche non mi è piaciuta: c’erano mosche morte ovunque, le poche vive erano attaccate ai vetri come se chiedessero aiuto e il quadro, un bel nero, puzzava un po’. Da antispecista l’ho trovato crudele nei confronti delle mosche.

Da cornice a queste opere, i quadri provocatori a sfondo sessuale di William N. Coopley che davano un tocco di colore e anticonformismo davvero interessante.

Proseguendo il percorso, siamo saliti al 9° piano dove siamo entrati nell’Upside Down Mushroom Room di Carsten Holler: un tunnel completamente buio che ci ha condotto in una stanza con grossi funghi che pendevano dal soffitto. Un ambiente suggestivo che ricorda un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie, molto piacevole, giocoso. Interattiva anche l’altra installazione del piano, Blue Line di John Baldessari, con un Cristo in scurto in bianco e nero e acrilico in una stanza in cui ci si poteva accedere per essere filmati e rivedere poi i propri video nella stanza prima.

 

Scendendo abbiamo visitato i bagni per poi arrivare al 6° piano dove il ristorante, purtroppo, era chiuso, così siamo scesi ancora di un piano dove lo sguardo si allarga nello spazio immenso di una sala dedicata a Pino Pascali: ai due estremi della sala si trovano Pelo, una specie di gigantesco “pouf” di pelo grigio e Meridiana, un’ enorme meridiana di legno e stoffa per segnare il tempo, in mezzo Le confluenze di acqua e anilina. A fargli compagnia le tele di Michael Heizer uno dei fondatori di Land Art, che anticipano la sua visione ed espressione del Mondo riprodotta in un’esposizione personale della stessa Fondazione.

 

Il 4° piano è quello che ci ha colpito di più. Dagli apparecchi antichi rivisitati, simbolo di una tecnologia perversa e dello squallore umano di cui si fa espressione Edward Kienholz, alle installazioni Pin Carpet, Remains of the Days e Wheelchair di Mona Hatoum. Quest’ultima artista ci ha colpiti molto, soprattutto perché la sua arte trasmette una continua tensione. Non sapevamo niente di lei, ma la riproduzione di quelle camere bruciate di una casa, con giochi per bambini e utensili di cucina di uso quotidiano chi hanno colpiti, trasportandoci in una vita finita, incenerita all’improvviso dalla guerra.

E, in effetti, l’artista libanese, di origini palestinesi ha vissuto il dramma dei conflitti cercando di sublimarlo nelle proprie opere. Un grande effetto anche per il tappetto di spilli di acciaio inossidabile e per la sedia a rotelle d’acciaio del 1989 abbandonata come un object trouvé davanti alla vetrata che da sulla ferrovia che, al posto dei manici, ha due lame… come a dire che la disabilità è una doppia lama che colpisce chi la vive e chi ci convive portando abbandono e solitudine.

Carichi di emozioni contrastanti, siamo scesi al 3° piano dove siamo stati catapultati nella positività degli anni ‘50: tre bellissime Chevrolet Bel Air del 1955 della Trilogy di Walter De Maria sono trafitte ognuna da una barra di acciaio diversa per provocare un pensiero su ciò che sono realmente gli USA, rompere la loro immagine perfetta, buonista e positiva… Quanto ci sarebbe piaciuto salire su quelle auto…

 

Un piano più sotto, terminiamo la visita specchiandoci negli enormi Tulips di Jeff Koons tulipani giganti in acciaio inossidabile dipinto, simili e leggeri come palloncini gonfiati. Gli tengono compagnia gli ideogrammi in sicofoil di Carla Accardi.

Usciamo dalla torre soddisfatti da tanta diversità creativa. Un unico appunto è sui pannelli informativi… praticamente inesistenti. Si trovano quelli sul Progetto Atlas ma non sugli artisti ospitati… un invito a servirsi delle guide o a studiare prima gli artisti? Non so, certo che sarebbe stato più bello capire il contesto micro e macro storico dentro cui queste opere sono state create. Anche solo per evitare di sentire echeggiare nell’aria frasi tipo “Ma non è niente di speciale… poteva farlo chiunque” oppure “ma che senso ha?”. Il museo, d’altronde, ha anche una funzione educativa.

PS: mio figlio ha amato tantissimo un graffito poco fuori dalla Fondazione Prada… ve lo posto… bello, vero? 🙂

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Chi sono
Carmen Fiore. Single, mamma, manager di me stessa. Presidente dell’Associazione Sobjective, consulente di comunicazione & marketing etico e coach olistica scrivo per passione e lavoro viaggiando con mio figlio per la nostra Lifeschooling.
http://www.sobjective.it/www.carmenfiore.ebasta/

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