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Karl Lagerfeld, il suo mondo segreto

UN INTERVISTA ESCLUSIVA NEL GIORNO DELLA SCOMPARSA DEL GRANDE STILISTA

Con una selezione speciale di foto

Lagerfeld

Migliaia di libri impilati orizzontalmente sugli scaffali. Dal pavimento fino al soffitto, su quattro pareti che stringono lo studio fotografico di Karl Lagerfeld – stilista di Chanel e Fendi, ma anche affermato fotografo e autore di Mythology, il calendario Pirelli 2011 – come fosse un ring, in rue de Lille 7 a Parigi. L’ingresso è dalla libreria fashion 7L, poi si prosegue nel retro in un labirinto di spazi che si susseguono, tra sale riunioni, tavolate per le pause relax, i grandi riflettori messi a guardia del set, i banchi tecnici con computer, la postazione per i ritocchi più appartata, i divani attrezzati con console di videogiochi e i camerini per make-up artist e parrucchieri.
Nel «santuario» tutto legno, acciaio e colori neutri, entra battendo i tacchi degli stivali il padrone di casa, per l’unica intervista one to one a un giornale italiano. Parlando non si toglierà mai i proverbiali occhiali scuri, così finisco per fissare la sua spilla gioiello a forma di civetta con occhi di rubino, simbolo dell’intelligenza razionale, appuntata sulla cravatta.
Come ha iniziato a fotografare?
«Nel 1987, stavo ultimando la collezione di Chanel, ma non mi piacevano le immagini per le cartelle stampa. Mi hanno fatto alcune proposte deludenti e allora ho provveduto da solo. È andata bene, ho proseguito. Prima con un assistente, ora con sei persone che lavorano stabilmente per me».
Se la ricorda la sua prima foto?
«Certo, il soggetto era Inès de la Fressange, di profilo con un cappello d’alta moda di Chanel».
Perché ha accettato di scattare il calendario Pirelli?
«Non l’ho fatto per denaro, ma perché amo creare delle cose originali. Non mi piace occuparmi di tutto, non ho una mentalità commerciale. Faccio moda, fotografia, disegni, libri, un po’ di cinema con i cortometraggi, tutto il resto lo lascio agli altri».
Che tipo di fotografo è lei?
«Se parliamo di influenze, direi che mi piacciono Richard Avedon, Helmut Newton, Guy Bourdin, Paul Strand. Negli anni ho usato differenti tecniche e stampato su materiali che costano una fortuna. In generale ho un gusto che tende al neoclassico».
Quando fotografa, lei tiene sempre gli occhiali?
«Sì, la macchina è regolata in modo da permettermelo. Sono un po’ miope, ma in pubblico non appaio mai senza occhiali perché un giorno mi è caduto un bicchiere in testa e se non li avessi avuti avrei perso un occhio. Da allora non li tolgo più, sono la mia barriera di protezione».
Il calendario s’intitola Mythology. Perché ha scelto questo tema?
«Preferisco la mitologia alle altre religioni. Questi dei, eroi, personaggi epici sono perfetti per un messaggio di bellezza. Per me il calendario non deve avere un contenuto profondo, è una testimonianza di una perfezione che in realtà non esiste nel mondo reale. È l’immagine di qualcosa di superiore».
Che cosa la affascina di questo pantheon che ha fotografato?
«L’idealizzazione del fisico dell’essere umano. Non sono mai malati, non invecchiano, sono eterni. E non bisogna provocarli, perché non c’è il perdono nella loro collera. Sono anch’io così, non lascio nulla d’impunito».
Niente inferno, niente paradiso. Che cosa l’attende dopo la morte?
«Non me ne preoccupo molto. Non sapendo quello che c’era prima, non posso immaginare che cosa ci sarà dopo. Questo è il coraggio dei poeti eletti».
Davvero non ha un credo?
«No. Una cartomante aveva detto a mia madre che sarei diventato prete. Lei era di una famiglia arcicattolica. Invece mio padre era protestante convertito al cattolicesimo. Da bambino mi ha rovinato un’educazione troppo religiosa. Ma quando ho potuto scegliere non ho quasi messo più piede in una chiesa».
Che cosa si ricorda dell’infanzia?
«Vivevo in campagna e la grande biblioteca era l’unica vera distrazione. Ho imparato a leggere molto presto, ero rimasto affascinato da un’incisione dorata sulla copertina di pelle di un volume sulla saga dei Nibelunghi. Mia madre non voleva che lo leggessi e vietò a tutti in famiglia di leggermelo. Così imparai. Poi sono passato all’Iliade e all’Odissea. Ma a scuola sono andato a 7 anni, non volevo alzarmi troppo presto al mattino».
Cina, Botswana, Brasile, gli ultimi tre calendari Pirelli hanno avuto ambientazioni molto suggestive. Lei ha fatto tutto nel suo studio. Perché?
«Volevo qualcosa di statuario, isolato dal resto del contesto circostante. Ho cercato un’immagine netta, dai contorni definiti, scolpiti come le statue dell’antichità. Non credo fosse il caso di cercare un’altra spiaggia, in fondo alla fine si rassomigliano tutte».
Molte immagini sono di nudo femminile integrale. Non teme una reazione critica da parte delle donne?
«No, perché? Anzi, le dee sono le prime donne libere: ascoltavano un po’ Era e Zeus e poi facevano quello che volevano. Non c’erano botox e lifting e potevano divertirsi con i vizi degli umani».
Sono donne meno formose delle immagini di dee classiche. Per esempio Bianca Balti, che ricorda la Venere del Botticelli, non ha certo le stesse misure.
«Ogni epoca ha le proprie dee e io non ho voluto imitare quelle dell’antichità. Piuttosto ho cercato di dare vita, in chiave mitologica, alle dee contemporanee. Ma non mi piace l’eccessiva magrezza. E infatti non ho portato anoressiche sul set».
Dopo tanti anni, lei ha reinserito gli uomini nel calendario, per loro però niente nudo integrale…
«I maschi nudi sono meno fotogenici. Ho disegnato per loro delle conchiglie dorate, così come ho fatto anche gli altri accessori in modo che non avessero l’aria di oggetti di scena. E poi non vorrà mica far svenire qualcuno in Pirelli».
Ma non è lei che ha detto che le imposizioni del marketing non hanno valore?
«Il marketing è un’invenzione di qualcuno per giustificare il proprio stipendio. Non ho ricevuto nessun genere di pressione. Ho scelto liberamente seguendo soltanto le mie idee. Non so che cosa siano le mediazioni».
Non ha dovuto discutere neanche con modelle e modelli?
«Sono stato chiaro da prima, chi aveva delle remore non è stato chiamato. Questo progetto è stato preparato con cura, abbiamo scattato in meno di tre giorni proprio perché non dovevamo più stabilire nulla, solo fotografare».
Per Narciso e Apollo ha scelto uno dei suoi modelli preferiti, Baptiste Giabiconi.
«Perfetto. Alain Delon di lui ha detto: “È il più bel francese dopo di me”. E ricordo quando Naomi Campbell l’ha visto nudo. Ha esclamato: “Non è consentito non avere difetti come lui”. In più è un personaggio vanitoso e trasformista. Ora ha cominciato anche a fare il cantante e non se la cava affatto male».
Julianne Moore, invece, è la madre di tutti gli dei, Era.
«Per questo ruolo volevo una star. Qualcuna che avesse una caratura superiore. Julianne è stata bravissima. Non avrei accettato nessuna se non lei. Sono contrario alle seconde scelte».
Ho letto che non ha una buona opinione di Heidi Klum, tedesca come lei. Perché?
«In realtà non la conosco, l’ho vista solo sui giornali e mi è parsa scoraggiante. Non è una top internazionale come altre. È molto Victoria’s Secret, ma per me i segreti è meglio conservarli per sé».
Certo lei preferisce ragazze come Charlotte Casiraghi.
«Esattamente. Mi piaceva molto anche suo padre Stefano, molto chic. Ma non credo che sia opportuno che tutte le ragazze posino nude».
E di Kate Middleton, futura moglie di William d’Inghilterra, che ne pensa?
«Mi piacerebbe fare una vignetta sulle nozze nel Principato di Monaco e dei reali d’Inghilterra, che finalmente si celebreranno nel 2011. Magari con Charlene Wittstock (promessa sposa di Alberto di Monaco, ndr) che, guardando la Middleton, le dice: “Anche tu ce l’hai fatta così presto a farti sposare”. Comunque è molto carina, lui lo vedo fregato a dovere».
Lei sembra molto appagato. Quali ambizioni deve ancora soddisfare in una carriera così ricca di successi?
«Non ho nessuna ambizione. Amo fare per fare, non mi interessa quello che fanno gli altri, lo guardo con rispetto, ma non ho alcun spirito di competizione. Credo che la frustrazione sia la madre di tutte le crisi».
Ma come ha fatto a mantenersi così in forma?
«Ho alcuni vantaggi: non bevo alcol, non ho mai fumato, mai preso droghe e non mangio quasi nulla, solo qualcosa di secco, del pesce con verdure al vapore e un po’ di frutta».
Nemmeno un cioccolatino ogni tanto?
«Mi piace il profumo, ma da questo a mangiarne uno… Non riuscirei proprio a ingoiarlo».
Se le dicono che di professione è uno stilista, lo ritiene riduttivo?
«Non ho bisogno di un’etichetta per dare un senso ai miei lavori. Se fossi un politico sarei un extraparlamentare. Non sono un piccolo Berlusconi».
Anche lei si fa be e dell’Italia di Silvio Berlusconi?
«Anzi, lo trovo ammirevole, quasi affascinante. Tutto sommato bisogna riconoscere che gli manca l’ipocrisia tipica dei politici. Berlusconi è diretto e non nega i suoi peccati. Dice quello che pensa, anche se quello che dice può non essere gradevole. Lui non dà mai lezioni morali. Certo, non ha buon gusto nel scegliersi le donne di facili costumi. Ma questa non è una vergogna».

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Il calendario Pirelli di Karl Lagerfeld
Lo stilista-fotografo ha firmato il calendario più atteso del 2011. Ecco una selezione

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