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MFW A/I 2019-20. Il rigore e la grazia dei giapponesi sulle passerelle milanesi

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“In quel mar del Giappone, le giornate estive sono come inondazioni di fulgori. Quel sole giapponese immobilmente vivido pare il fuoco fiammeggiante nella lente smisurata di un oceano di vetro. Il cielo pare di lacca, non ci sono nuvole, l’orizzonte va fluttuando…..”

Così Melville, nel suo Moby Dick, descrive la meraviglia della natura che circonda la baleniera Pequod nel suo peregrinare.
Panorami mozzafiato che sempre hanno ispirato e ancora guidano scrittori, artisti, poeti, stilisti….
Anche noi ci siamo fatti affascinare, in questo tiepido scorcio di fine inverno che sembra avere premura di uscire di scena -quasi volesse offrire frettolosamente il braccio alla leggiadria dei tessuti che l’incipiente primavera ci proporrà di indossare-, dalle creazioni per l’Autunno/Inverno 2019-20 di tre designer giapponesi dal carattere deciso.
Per ATSUSHI NAKASHIMA, fondatore del suo omonimo marchio dopo essere stato l’assistente di Jean Paul Gaultier, le contaminazioni e le metafore sono importanti. Una commistione tra elementi diversi che, avvicinandosi gradualmente come nelle ere geologiche, si fondono fino a diventare una cosa sola. I tessuti si compenetrano, i colori si intrecciano, le forme si definiscono, le indossatrici si alternano agli indossatori.
Pizzi evanescenti ammorbidiscono il rigore della gabardina -così il trench austero mostra un’anima romantica-; frange scomposte svolazzano dagli orli perfetti -così l’aspetto sbarazzino del parka prevale sulle geometrie lineari-; bagliori metallici accendono la fissità delle tinte scure -così il cappotto a vestaglia pare nascondere una luce antica che scalda e dà vita-….
Il gioco delle asimmetrie e dei contrasti si mostra in modo del tutto spontaneo, in una sorta di azione mai fine a se stessa -dopo lo stupore iniziale appare naturale scorgere un paio di gambe dove una sola sia corredata di calza-. Un guanto unico risulta la norma, una manica lunga e l’altra corta diventano presto cosa familiare.
Come davanti a un’opera di Picasso, la tensione nel cercare i tratteggi e le fattezze delle linee si fa acuta e attenta, trovando ogni volta diverse interpretazioni.
La mescolanza degli stili e dei materiali esplode in un fantasmagorico carosello e arriva a trasformare il concetto del tempo in qualcosa che consuma ed erode…ma conserva….
La sabbia, l’acqua -quella del monte Fuji-, i fossili….
Tutto permane, tutto è ritrovabile….
Tracce di velluto, di denim, di pelliccia tecnica si rincorrono e si adagiano come pesci scorti nelle rocce dopo un lungo lavoro di ricerca. Motivi jacquard quasi optical e il monogramma del brand si palesano felicemente per creare un effetto di magico respiro.

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Mitsuru Nishizaki, il brillante designer del brand UJOH -già sponsorizzato da Giorgio Armani durante la sua “prima volta” alla Fashion Week del 2016-, nel descrivere le sue creazioni per l’A/I 2019-20 afferma che: “Quando indossi i miei vestiti, vorrei che tu apprezzassi il movimento dei tessuti sul tuo corpo e sentissi un senso di comfort “.
Basandosi su questa filosofia “morbida” ha realizzato capi sia per donna che per uomo -con un approccio che respinge però il concetto di unisex (ognuno conserva la propria differenza)- utilizzando tessuti particolari con una tecnologia proveniente da diverse regioni del Giappone -una per ogni tipo di volume-.
Passeggiano fluttuanti e silenziose lungo il corridoio del Salone delle Cariatidi a Palazzo Reale le figure raffinate e rassicuranti del marchio nipponico. Paiono al rallentatore, tanto si muovono con grazia felpata, e ostentano sicurezza proprio a partire da quell’incedere ondeggiante -“…il movimento della persona ti fa sentire la bontà del prodotto ulteriormente..”-.
Ogni pezzo supporta l’altro e ogni forma esalta l’altra.
La ricerca accurata dei materiali fa sì che i volumi si gonfino ed enfatizzino l’originalità dei tagli.
I grandi cappotti appaiono avvolgenti e protettivi, l’accento casual dei giacconi conserva una allure di classica eleganza.
Le immense stole di cashmere si abbinano alle piccolissime borse realizzate nello stesso tessuto.
Quadretti e tartan discreti interrompono la palette cromatica amata da sempre: il nero onnipresente e il più docile blu navy, il grigio chiaro smorzato nella sua austerità da tonalità dolci come lavanda e albicocca, vaniglia e celeste….
Encomiabile la collaborazione con Saldarini, la secolare insegna del serico comasco che imbottisce i piumini con fiocchi di cashmere per contrastare l’uso esasperato della piuma d’oca.
Una capsule collection dettata da un’esigenza profondamente etica: “….ho deciso di partecipare al progetto perché ho molto rispetto per l’idea sviluppata da Saldarini -100% imbottitura etica-…..Credo che nella moda al giorno d’oggi un approccio animal friendly, sostenibile e a basso impatto ambientale, sia un must essenziale per tutti i designer da tutto il mondo”.

I pezzi della Tokyo Capsule -sei in tutto e dai risvolti inediti-, presentati nella meravigliosa cornice Liberty della Veranda Caruso del Grand Hotel et de Milan, conservano lo stesso DNA delle altre meravigliose creature Ujoh. Uno short movie per raccontare la storia di un viaggio a ritroso lungo la via della seta di Gengis Khan a suggello della preziosità del progetto: “…dalle capre del cashmere in Tibet ai laboratori lariani di Saldarini, dove i loro velli vengono trasformati nelle imbottiture più pregiate ed ecologiche”.
Un foulard troneggia con lo slogan “le nostre capre vivono in Mongolia, non le tosiamo ma le pettiniamo dolcemente”.
Come non esserne coinvolti?
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Vera e purissima poesia la collezione di CHIKA KISADA per la prossima stagione Autunno/Inverno.
Già nel Settembre scorso, durante la sua prima sfilata milanese denominata “Spume caleidoscopiche”, avevamo potuto captare qualcosa di speciale in questa donna minuta dalla creatività così “delicatamente esplosiva” e avevamo tratto insegnamento dai termini usati per descrivere l’essenza dei suoi capi per la Primavera 2019.
“Vortici di colori sulla palette da pittore, quasi a rincorrere il ritmo di onde vigorose ma, allo stesso tempo, sottili. Un caleidoscopio nell’acqua e onde che si diluiscono fino a sparire in una spuma trasparente che si diffonde seducente in cerca di luce, come petali sparsi dopo una danza. Un sogno ad occhi aperti precipitato in fondo al mare”.
Già! Un sogno ad occhi spalancati davanti a quelle gonne di tulle impalpabili, a quelle trasparenze garbate -toccate poi con mano nell’affollato backstage-, a quelle sovrapposizioni fatate, a quel candido balletto “punk” finale per dimostrare la “forza della gentilezza” -come recita il titolo di un interessante libro di Piero Ferrucci-.

 

Da sempre dedita alla danza classica -studiata fin da piccolissima-, l’ex ballerina esprime con rara vivacità il concetto di eleganza vitale, di energia moderna, di bellezza del movimento legato ai gesti e al portamento. Una spiccato amore per la Moda e, voilà, il passo verso questo nuovo “mondo” conciliando entrambe le sue passioni…..
Così, nella sfilata vista pochi giorni fa, ci è sembrato logico interpretare come un altro omaggio al mondo della danza quel che abbiamo ammirato. L’iconica ballerina russa di inizio Novecento Anna Pavlova, l’ispiratrice della sofisticata collezione per l’Autunno/Inverno a venire.
E di nuovo parole che penetrano e lasciano il segno:
“Quando la libertà e le restrizioni si uniscono sento di dovervi trasmettere queste parole
Tu, dal viso come un fiore meraviglioso
Una mente forte, bella e delicata
Una fonte di passione abbagliante
Un labirinto racchiuso in una fitta nebbia
Una rosa pallida diventa visibile
e io mi immergo nella pelle della luce
Emergendo nella notte profonda, piena di emozioni”.
E ci hanno davvero emozionato quei lunghi abiti corposi color dell’alba, quelle minimali cappe color della notte, quei severi cappotti color dell’asfalto, quei copricapo intriganti e pittorici, quelle gonne simili a gabbie o a origami incredibili a immaginarsi.
Fluidità e rigore, maxi dettagli e microscopiche rifiniture, bianchi assoluti e neri profondi, lane garzate e sete scattanti, voli pindarici e concretezze necessarie….in un giusto mix per ammaliare gli sguardi…..
Alla fine, in un crescendo musicale coinvolgente, una performance quasi teatrale per avvalorare il grande impegno corale che sta dietro a quel che pare consumarsi in un soffio.

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