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Chi è Jorit Agoch, il “Banksy italiano”

Realizza giganteschi murales sulle facciate dei palazzi di periferia. Con 2 obiettivi: «Migliorare l’aspetto dei quartieri più difficili. E “santificare” la gente del popolo»

pasolini-jorit

Murales per Pasolini a Napoli: a Scampia la nuova opera di Jorit

Ael, la bambina rom nel Parco Merola di Ponticelli, è stata una delle prime opere a far parlare di Jorit Agoch, 28 anni, talentuoso street artist partenopeo di padre napoletano e madre olandese. Il volto di Ael (che in lingua romani significa “colei che guarda il cielo”) si erge sulla facciata di 20 metri di una palazzina popolare nella periferia orientale della città. Ael inchioda coloro che incrociano il suo sguardo, li ammonisce a non dimenticare il rogo doloso del 2008 che distrusse il campo rom adiacente lasciando senza casa circa 1.500 persone, ma soprattutto la tragedia avvenuta nel 2011 in un campo rom della periferia romana in cui persero la vita 4 bambini. «Tutt egual song ’e criature, i piccoli sono tutti uguali, senza distinzioni di razza, religione o etnia. Ciò che è accaduto a Ponticelli non deve accadere più» dice Jorit.
Da ragazzino ha iniziato a scrivere tag sui muri, come tutti i writer, poi ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Napoli e alla scuola internazionale d’arte Tinga-tinga in Tanzania (che ha influenzato anche l’artista americano Keith Haring), e ha viaggiato in Sud America e negli Stati Uniti. Dopo Ponticelli è il turno di Forcella, quartiere popolare nel ventre antico della città, dove Jorit ritrae San Gennaro: il patrono di Napoli, con sguardo sereno ma deciso, invita cittadini e turisti ad attraversare una zona nota principalmente per i fatti di camorra. «Santifico le persone del popolo come Caravaggio. Può sembrare blasfemo ma per dare il volto a Santi e Madonne, scelgo persone che conosco e mi hanno colpito. Il San Gennaro di Forcella è un mio amico, un operaio napoletano di 35 anni» dice Jorit. «La mia ricerca si concentra sull’emozione che i volti trasmettono. Fotografo il soggetto e lo studio. Molti parlano di street art, in realtà i miei sono dipinti realizzati con bombolette spray. Veri graffiti».

Ha svelato la sua identità solo pochi mesi fa

I soggetti di Jorit sono attori, calciatori, cantanti, rivoluzionari. Ma soprattutto uomini comuni che lottano nel quotidiano per affermare i propri diritti. Tutti vengono marchiati con due strisce rosse sulle guance che, secondo l’artista, «richiamano i rituali africani, in particolare la procedura della scarnificazione, cerimonia che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta ed è legata al momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù». Il volto, che è al centro di ogni sua opera, diventa così la narrazione della storia dell’intera umanità, espressione della nobiltà d’animo nonostante i soprusi della vita. Per una strana ironia, fino a qualche tempo fa si sapeva poco o nulla dell’identità di Jorit, al punto che qualcuno lo aveva definito “il Banksy italiano”.
Ma è stato lo stesso writer a rompere l’anonimato all’inaugurazione del murales dedicato a Ilaria Cucchi nel quartiere Arenella a Napoli, il 22 ottobre scorso, giorno del nono anniversario della morte del fratello Stefano in seguito alle percosse in caserma. In realtà, le prime immagini del suo volto risalgono all’estate del 2018, quando circolano in Rete i video del suo arresto a Betlemme da parte della polizia israeliana. Jorit è lì per dipingere sul muro che separa Israele dalla Cisgiordania il ritratto di Ahed Tamimi, 17 enne attivista palestinese divenuta l’emblema di una Nuova Intifada. La reclusione dura poco, appena 24 ore, ma tanto basta per affermare nel panorama mondiale Jorit come artista simbolo della lotta dei più deboli.
Con i graffiti lancia messaggi sociali
Nelle opere – tra cui spiccano i ritratti affiancati del campione Diego Armando Maradona e di Niccolò, un bambino autistico, nel “Bronx” di San Giovanni a Teduccio – ci sono messaggi lasciati dall’artista durante la lavorazione. Quella che ne contiene di più è forse l’immenso Che Guevara realizzato sulla parete di 40 metri di un palazzo a Taverna del Ferro, periferia est di Napoli. Guardandolo con attenzione c’è scritto “Ora rivoluzione” e “Tagliateci la testa col machete”. Sul lato destro del murales si legge “Rockstar, Hasta Siempre – Meglio fuori che dentro schiavo – Fate l’amore non fate shopping, Gloria eterna Che, Lotta di classe, Meglio sparare che sparire”.
Dopo aver dipinto su 2 edifici speculari a Scampia il regista Pier Paolo Pasolini e Angela Davis, forse la più nota attivista afroamericana per i diritti civili, Jorit ha da poco completato il ritratto del medico Antonio Cardarelli sulla facciata di un edificio nell’omonimo complesso ospedaliero napoletano, per sottolineare l’importanza del diritto alla salute. Ogni volta che gli si domanda perché abbia scelto di disegnare i suoi murales nei quartieri difficili come San Giovanni, Quarto, Pianura o Forcella, lui risponde: «Non possiamo illuderci che l’arte cambi il mondo, che sia la soluzione ai problemi. Ma la street art è un mezzo per migliorare l’aspetto delle periferie. E per sostenerne il recupero sociale».

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