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Tendenze / Design : Gaetano Pesce, l’alchimista

Mescola le plastiche alla ricerca di un’estetica ibrida e morbida, che sconquassa gli ordini e elimina i confini tra le discipline. «La rigidità impedisce una vita libera»

Nel suo mondo di creature antropomorfe, Gaetano Pesce regna con elastomeri gelatinosi, resine colorate, schiume poliuretaniche: «Amo i materiali molli, umorali, che risentono della pressione atmosferica e dell’umidità, e riflettono la natura liquida del nostro tempo dove i valori salgono e scendono come le maree», racconta il designer architetto italiano che negli Anni 80 ha deciso di trasferirsi a New York. Ogni giorno arriva puntuale al laboratorio di Brooklyn Navy Yard – mezz’ora da Manhattan – per fare soprattutto ricerca, tiene a precisare. «Uso texture con una femminilità intrinseca», dice premendo l’indice su uno dei suoi vasi tentacolari. «Sente? È morbido come un grembo materno. La mente femminile è elastica, si muove in tutte le direzioni. Durante la giornata la donna cambia identità di continuo, è moglie, amante, lavoratrice, madre, affine alla molteplicità di oggi». Poi indica dall’altra parte della stanza un’opera con un uomo a quattro zampe, realizzata lo scorso anno per una personale alla galleria Salon 94 di New York. Si intitolata La consolle dell’uomo stanco: «Se nel passato ci sono state straordinarie menti maschili, i leader di oggi sono esausti, non sono più capaci di innovare e sorprendere con azioni positive. Il pensiero omogeneo, rigido, tipicamente maschile, non riesce a navigare la complessità della nostra era». Lo spirito femminino, invece, flessibile e curioso, è intimamente legato alla sua poetica sin dal 1969, anno della creazione di UP l’iconica poltrona-donna realizzata per C&B (ora B&B Italia,). «Agisco senza gabbie, creando oggetti che non svolgono solo funzioni pratiche, ma stimolano l’intelletto, fanno riflettere. UP è stata e continua a essere una bomba» (lo conferma l’ultimo Salone del Mobile), sorride fiero, «l’ho pensata senza nessuna struttura rigida. Le prime, in schiuma di poliuretano a iniezione rivestite da un tessuto elastico, venivano vendute sottovuoto. Si scartavano come un pacchetto di sigarette e si gonfiavano come le curve femminili. Volevo denunciare la donna oggetto, sottomessa dalle violenze e dai pregiudizi maschili, tema ancora di forte attualità». Mentre parla e maneggia il modellino dell’ultima versione, accende un faro sull’Italia: «Sono molto legato al mio Paese», ammette il designer, «quando ho delle idee che vale la pena produrre mi rivolgo alle industrie italiane. Rispetto a Francia, Spagna e Inghilterra, in Italia gli industriali hanno una curiosità diversa, un altro modo di interpretare l’innovazione. Penso sia legato all’eredità feudale: i ducati di Mantova, Milano, Venezia, Firenze gareggiavano tra loro, volevano eccellere e superare gli altri».

Agisco senza gabbie, creando oggetti che svolgono funzioni pratiche, ma stimolano anche l’intelligenza

La sua ultima idea, volata oltreoceano e prodotta da Morellato, azienda veneta di gioielleria, è un orologio con una sola lancetta che per fare il giro del quadrante ci mette 90 anni: «È il tentativo di rappresentare il tempo vero, non quello ripetitivo.Un modo per coglierne la natura originale e interiorizzarne i valori. Se non li capiamo il cervello invecchia». Come invecchiano le città se non si sintonizzano con il presente. Non stupisce che dopo aver vissuto a Venezia, Padova, Londra, Helsinki, Parigi, e aver insegnato un po’ ovunque – Institut d’Architecture et d’Études Urbaines di Strasburgo, Politecnico di Hong Kong, Scuola di architettura di San Paolo – alla fine abbia scelto New York. «È una metropoli-service. Col passare degli anni, città come Venezia diventano musei alla mercé dei turisti, mentre New York rimane al servizio dei cittadini. È il crocevia del XXI secolo e ci si lavora bene», racconta il progettista originario di La Spezia. E Manhattan, più che un teatro di architetture innovative, è un cantiere di edilizia: «Questa moda degli stuzzicadenti nel cielo non rispecchia l’anima di New York. Potrebbero essere ovunque, Tokyo, Shanghai, Bangkok. Sono grattacieli di cui abbiamo bisogno come si ha bisogno di un dentifricio, una sedia su cui sedersi, ma quando vogliamo che gli oggetti esprimano la natura e il tempo di un luogo è un’altra storia». Alla cultura postmoderna di monolitismo e ripetizioni geometriche Pesce oppone un’estetica ibrida che, come dice lui, sconquassa ordini, eliminando i confini tra discipline. La serie Pratt, nove sedie color arcobaleno realizzate tra il 1984 e il 2018, è un esempio di come il confine tra arte e design si faccia sempre più labile: «A seconda della formula chimica l’opera è scultura o sedia. La numero 1, Jelly, una volta fuori dallo stampo collassa, cade a terra come fosse senza ossa. La numero 2 sta in piedi ma barcolla. Man mano che si va avanti la seduta si irrigidisce. Pratt, la numero 5, è molto comoda, ha un’elasticità che si adatta al corpo. La numero 9 l’ho chiamata Burocrazia, rigidissima. E la rigidità impedisce di avere una vita libera».

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