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Calcutta: «L’indie pop morirà perché è finto»

L’intervista

Ma perché «Milano Dateo»? Perché il nome di una trascurabile stazione del passante ferroviario milanese nel titolo di una canzone? «Ma figuriamoci se lo dico, sono fatti miei, privati». Poi si fa più conciliante: «È una storia autobiografica, in quel luogo sono successe delle cose». La canzone è Sorriso (Milano Dateo), una specie di lettera cantata a una donna (una ex?, si tenta di chiedere; «Non rispondo, questo è gossip»), in cui lui prega lei di promettergli che «se qualcuno poi ti parla di me, parla di me / un sorriso ti spaccherà in tre».

Lui è Edoardo D’Erme da Latina, in arte Calcutta, autore di versi entrati nella testa di tanti, oltre che nelle classifiche di Spotify. Per esempio: «Lo sai che la Tachipirina 500 / se ne prendi due diventa 1000» (Paracetamolo); «Mi richiamerai da un call center / E io ti dirò / Lo sai che io ti dirò / Uè deficiente / Negli occhi ho una botte che perde» (Pesto); «Suona una fisarmonica, fiamme nel campo rom / Tua madre lo diceva: non andare su YouPorn» (Gaetano), «Tutte le strade mi portano alle tue mutande» (Orgasmo). E via così, di ironia e piccoli colpi di scena che esplodono nelle sue canzoni pop. Anzi, indie-pop, definizione che a lui non piace, anche perché quando la si nomina si precisa sempre che Calcutta ne è stato il capofila, l’ariete che ha aperto la porta delle radio alla scena del nuovo pop italiano.

Di certo, in quattro anni è passato dall’anonimato ai concerti all’Arena di Verona e nello stadio della sua Latina dell’anno scorso e a quelli importanti di questa estate (il primo è stato al Core Festival di Treviso). Oggi, a un anno dall’uscita di Evergreen, disco d’oro e primo posto nella classifica Fimi, esce Evergreen… e altre canzoni, una nuova versione dell’album con live, tre demo e due nuovi pezzi, tra cui, appunto, Sorriso (Milano Dateo).

Di che cosa parla la canzone?
«L’ho scritta dopo aver visto un video su YouTube in cui c’era Mia Martini intervistata da Luciano Rispoli al Tappeto volante (programma di Telemontecarlo degli anni Novanta, ndr). A un certo punto lui le fa una domanda su Ivano Fossati e lei si illumina di un’allegria scomposta. È euforica. Così ho pensato: che bella questa cosa per cui solo sentire il nome di qualcuno provoca una reazione del genere».

Le capita spesso?
«Mi capita, sì. E forse è l’unica cosa che uno può sperare nel rapporto umano con una persona: essere un segnale che accende una reazione positiva, qualcosa di magico».

È successo qualcosa di magico anche nella sua vita: da sconosciuto a star della musica italiana.
«A me cosa è successo non interessa proprio».

E che cosa le interessa?
«Capire come o se questo cambiamento radicale mi abbia modificato. Ho chiesto ai miei amici e loro mi hanno detto: ma no, anzi, sembri ancora più dimesso».

Però?
«Però le tue strutture di pensiero, le tue percezioni della realtà cambiano, sono curioso di capire come. Ma non sono ancora andato a raccogliere un’emozione e non sono proprio capace di fare bilanci. So solo che nella mia vita quotidiana oggi devo tenere conto che qualcosa è cambiato. Ci sono cose positive, che brillano, come quello che ti dice che la mia canzone lo ha aiutato a stare meglio. Poi però esci di casa e c’è quello che vuole la foto. E io mica posso dire: eh siamo fuori dall’orario lavorativo, la foto non la faccio. In ogni caso, sicuramente mi ritengo fortunato, non nel senso che ho avuto culo, ma quasi come timorato di Dio».

C’è il rischio che l’ego si pompi?
«No, per me è il contrario, mi dico sempre: sta finendo tutto, ’sti cazzi».

Tutto come prima quindi?
«No, ma è come un agente esterno che piomba sulla tua integrità mentale. È una cosa che ti esplode in faccia e ovvio che qualcosa si squilibra. Ognuno al successo e alla fama reagisce come può. Psicofarmaci, droghe, alcol. Alcuni diventano erotomani, altri depressi, altri ancora super spirituali».

Lei in quale casistica rientra?
«Io per adesso sopporto i miei sbalzi d’umore, le mie ansie. E credo di essere migliorato molto rispetto ai primi tempi».

Che faceva i primi tempi?
«Non ero tanto gestibile perché non capivo».

Che cosa non capiva?
«Quelli di Bomba (la sua etichetta discografica, ndr) mi dicevano: devi andare a fare una cosa in radio. E io: no, non se ne parla! Non mi va, ma chi è sto coglione? Mi ricordo una volta, c’era uno speaker alla radio che mi parlava normalmente, poi si accende il microfono e lui cambia completamente voce. Oppure un giornalista mi faceva una battuta e io lo mandavo affanculo e me ne andavo».

In effetti ha fama di essere scontroso.
«Però sono migliorato, prima mi arrabbiavo di più. Adesso se c’è una divergenza io blocco tutti su whatsapp e nelle chat varie. Lo annuncio prima: vi blocco. A volte mi dimentico di sbloccare e non capisco perché sono tutti spariti».

È un tipo solitario?
«Il giusto. Sono una persona schietta e mi piacciono le persone schiette».

Cos’altro le piace?
«Cucinare, faccio cose semplici. Stare in situazioni raccolte, condividere bei momenti con persone strette come se fosse una famiglia. Se esco, lo faccio con massimo cinque persone. Se si è di più non si riesce a parlare. È solo caciara».

La mondanità non fa per lei.
«Io ci provo eh. Ma poi mi chiedo sempre: ma perché devo andare a ’sta festa? Ma chi se ne frega? Fosse per chiavare lo farei. Ma è solo un pensiero, poi alla fine uscire per chiavare non lo faccio. È faticoso e mi sembra di buttare tempo. Mi ricordo l’after party fallimentare che abbiamo fatto dopo il concerto a Verona l’anno scorso. Non si capiva niente».

È stato il concerto più importante finora?
«È stato il più particolare perché ero entrato in uno stato di trance agonistica, mai provata prima. Ero imperturbabile: sia alle emozioni negative che a quelle positive. Sentivo un distacco partecipato ed ero lucidissimo. Quando ho letto la definizione di trance agonistica mi ci sono ritrovato perfettamente».

Quando ha cominciato a scrivere canzoni?
«A 18 anni, in inglese e poi in italiano, con una piccola band che veniva a suonare a casa mia a Latina tutti i giorni».

I suoi genitori hanno inclinazioni artistiche?
«Mio padre lavora nell’informatica, si chiama Bill Gates, lo conosce? (ride)».

E sua madre?
«Oggi ha avuto la cattedra e fa la professoressa di Lettere alle superiori. Prima faceva la regista e attrice teatrale e insegnava teatro ai bambini. Da piccolo era un po’ una rottura, sempre tutta questa gente a casa a fare le prove, con la musica a palla. Però il teatro mi piace molto».

L’ha formata?
«Come faccio a dirlo? Si entra nel campo delle ipotesi. Non ho idea di cosa succede dentro di me, di cosa mi abbia influenzato».

Che studi ha fatto?
«Liceo classico e Lingue alla Sapienza a Roma, dove stavo in uno studentato a Spinaceto. Ma non mi è mai piaciuta la scuola, non fa per me. Dopo due anni e mezzo di università è uscito il disco»

E ha lasciato gli studi.
«Di più: sono zompato sulla nave mandando a quel paese tutti! Ho rischiato anche».

È stato il capofila dell’indie-pop.
«Io non ho aperto la porta a nessuno, l’unica cosa vera è che Cosa mi manchi a fare, il mio pezzo, è stato passato da Linus – sempre sia lodato Linus – a Radio Deejay, e questo ha permesso forse di accendere un interesse verso il nuovo pop italiano, che era un’idea nell’aria. Io conoscevo solo Cosmo e Motta. Ma non mi ricordo una mandria di artisti di questo tipo. Si è creato prima il mercato e poi la scena indie. E per questo finirà tutto: perché è finto».

Si spieghi.
«Molte cose di questa musica non sono spontanee. Non che siano brutte canzoni, ma ormai si cerca di ricreare sempre la stessa cosa, c’è una componente di espressione artistica ma ce n’è anche una di furbizia. Ho parlato con un amico tempo fa che mi ha illuminato: mi ha detto che il bello del nuovo pop è commettere errori nuovi. Se invece ti adagi sui canoni della canzone indie – quel suono, il nome del luogo, un riferimento alla tecnologia o ai social – non sento te che rischi di fare errori nuovi, ma percepisco solo il tuo tentativo di entrare in una classifica di Spotify. Non fai più cose spontanee e originali. È solo lo zip di quello che è successo prima, ma le cose belle te le perdi nella compressione».

In molti la copiano.
«Me lo dicono in tanti, ma a me non frega niente, io voglio solo avere i soldi per campare. Solo che se continuiamo così, questo pop morirà perché non è più interessante. È come se fai i pomodori dell’orto, poi arriva la grande distribuzione, prende i tuoi pomodori e li mette nella plastica e ci scrive sopra: pomodori dell’orto. Ma non lo sono più, evidentemente».

Lei come fa a fare i «pomodori dell’orto»?
«A me interessa solo fare cose spontanee. Io ho rischiato perché non sapevo cos’altro fare».

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