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Moda fluida – il paradigma dello stile

Le collezioni senza genere stanno per approdare sulle passerelle di New York, previste a settembre. La moda unisex – stesso capo per lei e per lui – corrisponde a una nicchia di settore che prende sempre più piede, soprattutto nel desiderio dei consumatori. Da anni si parla di «moda fluida», quello che indossa l’uomo va bene pure per la donna.

Maschile” e “femminile” sono parole aggrappate a cliché-tronchi senza vita. Bipolarismi linguistici da collezione: il sistema binario del vuoto. E non è una questione di maschi che si fanno sopracciglia ad ali di gabbiano o femmine che bestemmiano e sputano come caricature di vecchie commedie teatrali

Gli uomini del 2020 hanno nel guardaroba abiti femminili e accessori che una volta stavano solo nell’armadio delle donne. Colori vivaci o tenui come il rosa, gioielli, borsette, linee super attillate. Fino agli eccessi delle star della generazione Z che non disdegnano pellicce da signora e capi eccentrici.

In principio era David Bowie, il Duca Bianco che della confusione tra genere maschile e femminile ha fatto un suo marchio di stile. Oggi ci sono cantanti come Harry Styles, attori come Timothée Chalamet ed Ezra Miller, cantanti come Achille Lauro e Damiano dei Maneskin: non solo non disdegnano, anzi caldeggiano il fatto che i signorini possano riempire il proprio guardaroba nelle boutique femminili. Attenzione: parliamo di uomini che non si vestono “da donna”, ma “con cose da donna”. «Mi piacciono gli abiti eleganti e chic, lontani dagli stereotipi estetici del rap» dichiara Achille Lauro, che adora lo smalto, usa pellicce da signora e pantaloni di paillettes a zampa. E che sugli occhiali da donna ha scritto pure una canzone, a rimarcare che lui si veste come gli pare se una cosa è bella e gli sta bene (sui suoi muscoli sottili).

La moda fluida

In mezzo a questi esempi celebri c’è il mondo che è cambiato. E una generazione nuovissima, la Z, nata dagli anni ’90 in avanti, che si dichiara fluida, cioè non costretta in un genere maschile o femminile, ma in costante esplorazione dei due. Con la possibilità di essere ora l’uno ora l’altro e di vivere i sentimenti – amore e amicizia in primis – rivolgendoli a una persona, senza che il sesso di questa sia una discriminante (non è esattamente “genderless”, che è la scelta di non essere né maschio né femmina). Insomma, niente etichette, ruoli predefiniti o contrapposizioni tra generi. L’icona dei questo nuovo paradigma è l’attore Ezra Miller, che usa per sé i pronomi femminili o maschili a seconda del momento. «La fluidità si manifesta anche nell’utilizzo che questa generazione fa dei social network, veicolando idee e comportamenti che vengono normalizzati e soprattutto condivisi tra coetanei. Non è appannaggio esclusivo dei maschi: anche le ragazze come l’attrice Bella Thorne non manca di postare stories in cui rivendica la sua identità fluida» spiega la digital web strategist Federica Visconti. «La mentalità aperta va di pari passo con una moda molto più libera e democratica rispetto a soli 10 anni fa». Non stupisce, quindi, che le giovani generazioni non si chiedano se i completi pantalone in seta grigio-perla dell’attore Timothée Chalamet siano da uomo o da donna; tantomeno storcono il naso davanti alle mise trasparenti di Harry Styles. Che sono, per inciso, quasi tutte firmate Gucci: Alessandro Michele, una volta assurto a governatore della griffe, la fluidità nella moda l’ha imposta come diktat fin dalla prima uscita della passerella maschile. «E l’ha pure comunicato benissimo sui social» continua Federica Visconti. «Con le foto di Glen Luchford e i video su Instagram si è rivolto fin da subito alla generazione Z, ed è stato un pioniere dell’avvicinamento dei grandi marchi – che fino ad allora erano un po’ snob nei confronti del digitale – ai giovani e al loro modo di comunicare».

Anche i bambini amano le paillettes

Tra i nuovi codici dell’estetica maschile riscritta dalla generazione degli anni ’90 ci sono il rosa, l’oro, il pizzo e lo chiffon su fisici giovani, atletici, magri ma non necessariamente efebici. Se non bastassero i testimonial famosi (come i già citati Achille Lauro, Damiano e in aggiunta il dandyssimo cantante Motta), basta dare un’occhiata ai bambini di oggi dentro un qualsiasi negozio di abbigliamento. Le femmine sbirciano tra gli scaffali di Spider-man; i bimbi sono a loro agio in magliette con dinosauri che brillano di paillettes. Tutta questione di parità: più bambole, luccichini e vanità per i maschi, si è capito, non li rendono meno virili. La gonna indossata dagli uomini, per dirne una, è argomento sdoganato e quasi antico, nei templi della moda: Kanye West ne ha sfoggiata una in pelle di Givenchy, Jared Leto usa le tuniche, Jaden Smith è stato, con la gonna, testimonial della campagna femminile Series4 di Louis Vuitton. Una digressione è necessaria: ai tempi di Bowie, gli anni ’60 e ’70, la società veniva investita dalla rivoluzione del rock e dei giovani, che rivendicavano il diritto di sentirsi liberi «e pure eccentrici, privilegio allora concesso solo ai figli delle élite» spiega lo storico del costume Michele Guarnaccia, autore del recente Dagli Abba a Zappa, i vestiti della musica (Centauria). In cui cita anche il leader dei Nirvana Kurt Cobain, che spesso indossava abiti da donna presi nei mercatini dell’usato come strumento di comunicazione del disagio della sua generazione. Un filo conduttore, allora, sembrerebbe esserci: «Largo ai giovani!» sorride Federica Visconti. Perché che si tratti di politica, musica o moda, in un modo o nell’altro la rivoluzione è sempre cosa loro.

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