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Come e’ andata la Milano Fashion Week 022. Il riassunto

Milano ha da poco salutato l’ultimo giorno della Fashion Week 2021 che ha visto la ripresa degli show fisici, con un totale di 65 sfilate di cui 42 in presenza e 23 digitali.

Un ritorno a una semi-normalità che in alcuni casi ha ben evidenziato come la pandemia, contro la quale lottiamo tuttora e saremo costretti a fare i conti ancora per un bel po’, stia ancora modificando il modo in cui le collezioni vengono presentate.

Parlare e scrivere di sfilate, raccontare di vestiti e recensire presentazioni di oggetti di bellezza e lusso mentre si condivide il dramma di un paese attaccato da una politica espansionistica folle e pretestuosa non è semplice. Non è semplice quando il rischio di un nuovo conflitto mondiale viene sollevato da più parti. Non è scontato quando già si sconta il semplice fatto di appartenere a un settore che la morale e il sentire comune si rifiuta ostinatamente di ritenere paragonabile a quello di qualunque altro settore industriale, nonostante contribuisca più di ogni altro, secondo solo al turismo, alla bilancia dei pagamenti del nostro Paese. Dunque, l’edizione inverno 2022-2023 del tradizionale alfabeto delle collezioni, ormai un appuntamento per molti dei lettori del Foglio e del Foglio della Moda, risente inevitabilmente un po’ della prospettiva che gli è stata imposta dal precipitare di una situazione che, solo mercoledì scorso, quando scrivemmo il primo articolo, sembrava ancora recuperabile. Gli stessi buyer e manager ucraini che avevamo incontrato mercoledì alla sfilata di Fendi si dicevano certi che la guerra non ci sarebbe stata. E invece. Questa tornata di sfilate partiva con molto entusiasmo e centosei appuntamenti in calendario, ma già appesantita dalla zavorra, l’handicap di due anni di pandemia e un ultimo affondo di variante Omicron durante le vacanze di Natale, che aveva rallentato i processi produttivi e i rifornimenti, oltre ad influenzare la creatività del sistema, inevitabilmente. Sapevamo che avremmo rivisto vecchi tessuti e assistito a un abile recupero di stili e modalità già viste. In generale, è andata meglio di quanto temessimo. Ci sono state punte di creatività straordinarie, a partire dalla collezione di Gucci, di molto superiore e in desiderabilità e in vendibilità rispetto a quella andata in scena a Los Angeles, ma ci sono stati anche veri e propri tonfi, tutti condensati nella collezione di Trussardi, quanto di più lontano non solo dal sentire del momento, ma anche dalla storia di un marchio che è uno dei simboli della città di Milano.

Tomaso Trussardi era in totale trepidazione per la riuscita del duo creativo Serhat Işık e Benjamin A. Huseby, creatori del marchio tedesco GmbH, voluti dall’amministratore delegato Sebastian Suhl, peraltro manager sofisticatissimo a lungo a capo del marketing e del retail di Prada. Aveva ragione. Spesso, per non essere accusati di conservatorismo, gli head hunter della moda peccano di provincialismo, e piazzano ai vertici di uffici stile magari vecchiotti ma rodati storie, culture e sensibilità lontanissime dalla storia del marchio che dovrebbero dichiaratamente “svecchiare”, qualunque cosa significhi. I messaggi e il linguaggio della moda sono mix sofisticati, delicatissimi, e la riuscita di Alessandro Michele nella rilettura creativa del marchio di Adidas, nuova collaborazione che porterà il cliente giovane di Gucci a scoprire perfino la magia di un tailleur pantalone ben tagliato, oppure l’interpretazione glamour della storia di Cavalli da parte di Fausto Puglisi ne sono un ottimo esempio.

L’ingresso a gamba tesa del nuovo duo creativo di Trussardi nel mondo delle presunte culture street giovanili, gamba calzata per di più di quel particolare, brutto modello di scarpa a punta squadrata e doppia cucitura sulla tomaia che generalmente si trova nei mercati del Pakisthan e dell’India del nord, non ha nulla a che fare con la storia di Trussardi, né le imprime lo slancio internazionale che la nuova proprietà vorrebbe. Ci dispiace molto, moltissimo, vedere un’eredità sofisticata come questa, che potrebbe aspirare ai mondi di Bottega Veneta e di Hermès, a cui un tempo apparteneva, finire a replicare in seconda, e con tutta la pesantezza del gusto medio berlinese, l’universo attuale di Balenciaga. E ora, ecco l’alfabeto.

A come accessori. Quando il direttore generale di Assopellettieri e Mipel Danny D’Alessandro dice, in un incontro organizzato da Lineapelle e dal “Foglio della Moda”, che l’economia del sistema poggia ormai sulle spalle dei creatori e dei façonisti di borsette, ha molta ragione. Nessuno manda più in passerella i soli abiti, e sui façonisti di borse, borsoni e borsette si giocano in misura sempre maggiore i fatturati di Gucci e Fendi (ancorché non ci siano dubbi che nel caso della maison romana, gli unici pezzi a fare sempre breccia e a vedersi anche per strada siano le borse disegnate da Silvia Venturini Fendi), e si proiettano le speranze di tutte le altre.

A come Adidas. Non sempre funzionano le collaborazioni, passione estrema e non segreta dei brand per fare marketing a costo contenuto. Spesso, lo scambio si limita infatti ad inscrivere il logo dell’uno sui pezzi iconici dell’altro. Nel caso della nuova collaborazione fra Adidas e Gucci, invece, ogni componente del brand sportivo, a partire dalle tre strisce, è stato esplorato, indagato, deformato, estruso e trasformato in qualcosa di altro da sé, e solitamente elegantissimo. Senza reverenze. Una grande lezione di streetstyle di lusso, ora che Virgil Abloh non c’è più. Aspettiamo con ansia la controverifica con i fatturati di entrambi a marzo 2023

A come argento. Soprattutto negli stivali, aderenti. Prada, Bottega Veneta, e nei trench di Gucci.

B come balaclava. Qualcuno ricorda l’incidente del 2019 occorso a Gucci e le accuse di razzismo che portarono a una nuova messe di iniziative pro diversità e rispetto della cultura non-bianca. Bene, dopo il successo dell’inverno in corso, balaclava is here to stay, ed è l’evoluzione più evidente, e al tempo stesso più carica di storia, del beanie in uso negli ultimi inverni. Balaclava da Gucci, da Max Mara, da GCDS in lana rosa e arancio, effetto “cugino IT”. Nota a margine per i cultori della cancel culture e i barbosi che vedono ovunque “l’appropriazione culturale” senza capire che la moda è contaminazione da sempre, come la razza umana: quello che in italiano si chiama passamontagna, all’estero prende il nome dalla battaglia di Balaclava, anno 1854, momento fondamentale della guerra di Crimea. Era indossato dagli inglesi per proteggersi dal freddo e dunque no, non è “mio” o “tuo” a partire dal nome. Fino a qualche anno fa, il passamontagna aveva ragione di esistere solo sulle piste da sci o nelle rapine cinematografiche, ma adesso non ci sono dubbi che parte del suo successo derivi dal momento storico che stiamo vivendo: è un equivalente della mascherina.

B come bustino. Moltissimi. Del genere allungato, a triangolo isoscele, in uso nel primo Settecento. Mai portati a pelle, ma con maglie, camicie, abiti. Bellissimi, difficilissimi oltre la taglia 40. Come nel caso del midriff (vedere alla voce), aspettiamo le reazioni dei cantori della body positivity e dell’amati come sei.

C come chiarezza. Non c’è bisogno di inventarsi ogni volta lo show del secolo, magari cupo e confuso come quello di Francesco Risso di Marni, un bosco buio dove più di un invitato è finito nei cespugli senza riuscire a venirne fuori e i modelli erano affiancati da un valletto che indicava loro la strada da percorrere con la torcia. Non sono più i tempi del famolo strano, quelli del grande sfoggio sono finiti con la crisi del 2008. Adesso la gente ha meno soldi, meno voglia di buttarli in niente, meno pazienza. Servono le idee, come ovvio, ma serve anche vedere i vestiti, e serve che quei vestiti siano portabili e abbiano un senso. Per questo, sono piaciute molto sfilate come Max Mara o di Jil Sander, per stare nell’ambito dei possedimenti di Renzo Rosso.

C come cristalli. Ovunque. Applicati, in versione pendente (Giorgio Armani), rete, copertura di borsina multicolor (House of Mua Mua), perfino mobili (Scintilla di Sonja Vizzini). Bisogna riconoscere che la direzione creativa di Giovanna Battaglia ha portato a una rivoluzione in casa Swarowski

C come combat boots. Come nel caso dei tailleur pantalone (vedere alla voce), mai più senza. Meglio con platform, come da Ports 1961.

D come debutti. Su quello di Trussardi ci siamo già dilungati. Più che discreto, ancorché lontano dalle invenzioni dirompenti di Daniel Lee, allontanato dall’azienda per le intemperanze, quello di Matthieu Blazy da Bottega Veneta, che si è ispirato alle opere di Umberto Boccioni, lavorando di volumi. Bellissimi i sottogonna di piume sulle gonne di pelle taglio sbieco, ma anche qui venderanno gli stivali alti e affusolati.

E come Elisabetta Franchi. Chiunque fra le “sue” influencer internazionali metta in passerella, per quanto impegni allo spasimo lo stylist Simone Guidarelli nel dar loro stile e proporzioni fisiche adatte a una passerella aggiungendo platform e allungando gonne e maniche, la miglior testimonial del suo marchio resta lei.

F come Ferrari. Il giorno precedente alla seconda sfilata del marchio, che aveva debuttato a Maranello lo scorso anno, siamo passati nel negozio alle spalle di piazza del Duomo per intercettare il movimento e osservare da vicino i capi di questa stagione, a partire dallo spolverino di camoscio a circa 4mila euro fino alla camicia multicolore in tessuto tecnico. Prima osservazione: erano le dodici di sabato e nel negozio non c’era anima viva, e dire che ci siamo aggirati per dieci minuti buoni. Seconda osservazione: cucire le giacche di pelle con la stessa tecnica in uso per le poltrone delle auto non è una buona idea se si punta ai clienti del lusso come i prezzi sembrano suggerire. C’è tutta la scuola di Hermès, di Cucinelli o di Loro Piana a cui ispirarsi per la raffinatezza delle cuciture, volendo. Terza osservazione: perché Ferrari ha bisogno di una collezione di moda, quando i suoi clienti vestono Balenciaga e Armani e i wannabe-Ferrari car sono più che contenti di una polo in filo di Scozia? Mistero.

G come giacca. Oversize, squadrata, doppio o mono petto ma anche con allacciatura a lato, comunque ampia e rigorosa. Prada, Gucci, Capasa Milano, Armani, Fendi, quelle del trio creativo di Blazè, molto amate dalle ragazze-bene. Scegliete la vostra, e abbinatela a una gonna leggera, in chiffon ricamato e scintillante.

G come Gianni Chiarini. Il brand artigianale fiorentino di borse ha molta inventiva nei disegni e nella scelta degli abbinamenti. Due anni fa lanciò una borsa a trapezio in cuoio color miele con la fascia centrale in paglia che venne saccheggiata dai grandi brand. In questi giorni ha presentato una sacca, Dua, che ci aspettiamo di ri-vedere nelle collezioni dell’estate 2023 degli altri.

I come indipendenti. Vorremmo poter dire che l’imperio del denaro e della pressione pubblicitaria si stanno esaurendo sull’onda della nuova sensibilità post pandemica. Non è così. La gente si muove ancora come ipotizzava Georg Simmel nel 1901, cioè copiando quello che viene, genericamente, dall’alto. Per questo un plauso a Valentino che sostiene Marco Rambaldi, ormai quarantenne ma non ancora in grado di sostenere quegli investimenti che innescano il percorso virtuoso dell’acquisto da parte dei buyer, della pubblicità e degli eventi con le celebrities taggate sui social; quindi a Christian Boaro che con i suoi volumi è fra i preferiti delle pr della moda altrui, e infine ad Arthur Arbesser che ha trovato un bell’equilibrio fra moda e teatro (adesso collabora con il Valli di Reggio Emilia)

M come Midriff. Spiace infinitamente per la professoressa del liceo Righi di Roma, sulla cui volgarissima osservazione nei confronti di una studentessa che si era presentata a scuola con l’ombelico scoperto i colleghi stanno pasteggiando da settimane, ma il midriff scoperto (traduzione per la cara signora: diaframma) è un’altra delle tendenze forti del prossimo inverno. Poi, concordiamo sul fatto che non si debba mostrarlo a scuola e che gli studenti debbano apprendere gli elementi di base della convivenza civile, anche in vista di un futuro dove si riveleranno indispensabili, ma usare per spiegarlo un linguaggio da trivio mette un docente in una posizione che confligge con il suo ruolo. Osservazione a margine: vedere tutte queste adorabili pancine piatte e questi fianchi esili è molto gradevole, ma come la mettiamo con la body positivity?

M come Miuccia Prada. Nelle note dello show, la stilista dice di “voler riscrivere la tradizione” e di lavorare “sulla storia delle donne e non su quella della moda” (c’è una presa di distanza dalla moda come esibizione da parte di tutti, in effetti: si punta sul concreto e a ragione). “È una cosa che ho sempre detto, ma adesso mi sembra importante ripeterla”, aggiunge. “Usare questi capi, attingere dalla storia, ci mette in contatto con le vite del passato: vogliamo imparare dalle vite delle persone”. In poche parole, la signora della moda si è riappropriata della storia del marchio e della casa di moda che ha fondato. E fa benissimo. Evviva. C’è meno Raf Simons in questa collezione, che è stato più contenuto ai suoi “pezzi” classici: la canottiera lunga, i volumi rigidi. Ci è piaciuto rivedere, rivisitate, le gonne grigie ricche e voluminose che ci rendono tanto sofisticate, le camicie da educanda sottilmente sexy, i tacchi importanti ma affusolati e aerodinamici che, al contrario dei tacchi sottili, slanciano la gamba e sono comodi anche per camminare sul pavé sconnesso, per dire. Insomma, rivogliamo la sciura milanese intéllo e dégagé di Miuccia Prada che aveva successo nel mondo perché scardinava tutte le regole senza parere. Forse ci riusciremo.

N come nomi. Cari uffici stampa, non ci vuole molto ad aggiungere il nome delle modelle alle didascalie delle foto che inviate. Aiuta loro, aiuta voi, aiuta noi a pubblicarli. Aiuta anche i lettori a considerare queste ragazze lavoratrici come altre, solo più belle (o è questo il problema?). Prada e Valentino lo fanno, fatelo anche voi, suvvia. “Look numero 1”, “look numero 2” applicato a una faccia e a un corpo, non è gesto carino, nel 2022 della diversity&inclusion. Corretto?

O come orsetto (o montone, in alternativa)

P come pantaloni. Più delle gonne, in molte varianti. Larghissimi o strettissimi, come li ha fatti Armani

P come pelle. Brunello Cucinelli, Tod’s e quasi chiunque l’hanno imbottita, trasformata in cappotto/piumino e sostituita alla pelliccia. Ma si trova nelle tute e nelle camicie (Mario Dice), negli abiti (Gabriele Colangelo e Delcore)

P come produzione. Ci sono collezioni pensate per accompagnare il business degli accessori, altre per sostenere le vendite dei profumi e dei cosmetici. Tod’s manda per esempio in passerella le collezioni eleganti e sofisticate di Walter Chiapponi, che però è poi impossibile trovare nei negozi. E’ un peccato.

R come Rihanna. Terminata l’avventura nella moda con Lvmh, compare alla sfilata del brand di punta del concorrente Kering, Gucci. Punta a stupire, ma genera perlopiù imbarazzo. Non si pare più incinte o più felici di esserlo se si mostra continuamente il pancione scoperto e gli si fa sbattere sopra un catenone col pendente. Oltre il livello del pop, c’è il trash.

S come suola. Col il ritorno del tacco alto e sottile, si assiste anche al ritorno in auge della suola di cuoio. Stiletti e vernice da Santoni, stiletti di raso e cristalli da Giuseppe Zanotti, . Di questo ritorno saranno saranno felici gli imprenditori del Consorzio Cuoio di Toscana che però, mentre le sneaker spopolavano, si sono dati da fare lanciando progetti con creativi e designer e continuando a puntare sul loro elemento di forza, la sostenibilità totale della concia. Questa volta hanno presentato una collezione di borse e mocassini genderless griffati, CDT, con la voce di Noemi a rallegrare il pomeriggio. A fine esibizione, si è portata via felice una di queste borse preziosissime a fasce di cuoio multicolori, con l’anima in juta dipinta (nota a margine: il cuoio è più prezioso della pelle, non a caso, e non solo perché proteggeva dal freddo, i principi rinascimentali lo usavano per foderare le pareti).

T come tailleur (pantalone). Quando Alessandro Michele prende le distanze dalla fluidità vestimentaria come suo conio e gioca abilmente sul tema del cross dressing dicendo che le donne hanno sempre amato il vestire maschile, ha naturalmente stra-ragione. Nella storia, le donne si sono vestite da uomo per le più svariate ragioni, spesso per proteggere se stesse da violenze o da morte, per fare carriera o per mettersi in mostra. Lo stesso non si può dire per gli uomini in drag o per i cross dresser, per i quali la scelta di adottare abiti femminili risponde ad altre ragioni, e viene spesso rivendicata con la tipica assertività maschile. Detto questo, nessuno ha fatto a meno di portare in passerella tailleur pantalone, perlopiù bellissimi, di taglio rigoroso e oversize: da segnalare quelli incrostati di cristalli sulla manica della giacca di MSGM, quelli più femminili in velluto di Ermanno Scervino, quelli ascetici di Calcaterra e, va da sé, il doppiopetto blu della prima uscita di Gucci.

V come velluto. Chiunque. Nero, molto, ma anche verde in ogni gradazione, e viola. Meglio in seta, per l’effetto cangiante (Scervino femminilissimo, abbinato a sandali in velluto con rose alla caviglia).

V come Veri Peri. O anche Verde. Colore dell’anno secondo Pantone. Al momento l’hanno scelto in pochi: da Elisabetta Franchi, per esempio, è un colore amato da sempre. Funziona invece sempre, in tutte le nuance, il verde. Bello anche nella versione mantella imbottita verde-eco di GCDS

Articolo tratto da Il Foglio a cura di FABIANA GIACOMOTTI 28 FEB 2022

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